GUARESCHI, IO TI SENTO

Giovannino Guareschi si agita dentro di me: saranno le comuni radici, sarà il carattere da disadattato. Ma c’è e non smetto di sentirmelo rigirare in pancia come un gatto che non ha mangiato. C’è la sua storia e quella che non smette di raccontarci: il suo rapporto difficile coi film tratti dalla saga di Mondo Piccolo, pellicole che lui giudicava edulcorate; due versioni a confronto, quella italiana e quella francese: sì, la “nostra” risente qua e là dell’ottusa critica vaticana e democristiana (Andreotti), ma è anche questione di una diversa gestualità, di un diverso linguaggio, di un umorismo dissimile. Guareschi, comprensibilmente geloso delle sue creature, non capiva però che la versione italiana, “purgata”, manteneva comunque una maggiore profondità nei caratteri, che ne uscivano meno fedeli ai racconti, meno violenti, ma politicamente più vivi. Ma lui, lo racconta Montanelli in un filmato di repertorio, era stato creato dal Padreterno appositamente per cercarsi dei guai, e per combinarne di nuovi. Pura dinamite! Don Camillo e Peppone che si agitavano e si azzuffavano nel suo cuore, e nella sua penna.

Sbaglia con De Gasperi: ma non chiede scusa né grazia a nessuno, si fa i suoi due anni di carcere duro che, sommati al lager sotto la guerra, lo riducono un ecce homo: morirà poco dopo, quel suo cuore inesausto ridotto alla forza di un passerottino. “Qui” accusa Montanelli “c’è tutta l’ingratitudine e la cattiveria della Democrazia Cristiana, che a De Gasperi doveva l’essersi salvata nelle elezioni del ’48. Un monumento dovevano fargli, altro che la galera”.

Montanelli si commuove e si diverte rimpiangendo Giovannino: “Un carattere unico, non sostituibile, non ripetibile. Uno scrittore che leggeva poco e nulla, ma universale”. Un fratello, ricorda Indro, con cui era impagabile litigare: tra bestemmie, minacce, insulti, si capivano al volo: “Non ho mai trovato un altro così affine, così parte di me: gli spaccherei la testa anche adesso”.

A Pasolini invece non piaceva. Forse perché diciamolo pure, nella sfida del film “La Rabbia” ne usciva perdente, lui riciclava roba di repertorio, qualunquismo di sinistra, l’altro, al solito strabordante, esondante come un Po in piena, andava al cuore della gente, la sua gente, e risultava più originale, coraggioso e interessante.

Un fantasma che, nelle notti brumose di nebbia, gira per osterie, per locande, mangia i piatti prodotti dalla sua terra, si chiude in camera e lo sentono camminare fino all’alba: è uno scrittore, sta pensando, sta immaginando. La vita come concetto e niente al di fuori della vita e tutto ciò che succede in questa vita, le pagine, i personaggi, le locande, il lager, il carcere, l’infarto, gli incontri, il dolore, la famiglia, tutto determina tutto vivere è l’opera di una vita. Giovannino si logora perché vuole logorarsi, perché di temperamento è duro, testardo e compulsivo, e perché non cede, non chiede scusa se crede d’aver ragione, preferisce marcire in galera fino all’ultimo – niente sconti, ma anche per capire, per scrivere con la mente, per stare vicino ai galeotti. C’è più popolo in questo monarchico, questo figlio d’una maestra, che in tutti i progressisti dell’universo.

Alla gente di sinistra, quella che legge bene, ascolta bene, e vive bene, Guareschi non piace, lo compatisce, lo liquida come reazionario, di fascista, di ignorante; ma resta il più tradotto nel mondo, roba che fa evaporare certi tromboni vittimegocentrici, con le sue duecento parole e i suoi due milioni di sentimenti. Bisogna imparare a togliere, anche scrivendo. Chi disprezza Guareschi non ha capito niente, è un superbo preda della sua falsa cultura. Sono quelli con un alto concetto di sé, quelli che credono di avercela fatta e disprezzano in fama di poveracci gli ultimi per i quali sostengono di preoccuparsi. Sono i razzisti dell’antirazzismo, così ridicoli nella loro meschinità altezzosa.

Intendiamoci, Giovannino a volte esagera, nell’elogio della terra, nell’immanenza di un Cristo che sente come un personaggio dei suoi. Ma è il suo Cristo, è la sua terra, e se lui ce li ha in cuore, come il Po, come le locande, coi loro sapori, umori, aromi e fantasmi, non gliene si può far colpa. Non lo si può biasimare se sfugge come la peste i pezzi grossi che vanno a trovarlo, se si nasconde in un canneto e, imbronciato, immagina nuove storie che poi succederanno davvero. Non si può dare la croce addosso a Guareschi siccome è Guareschi, e si trascina come una bicicletta corrosa per i viottoli polverosi della Bassa finché non gli scoppia il cuore. Non gli si può fare torto se il suo Mondo Piccolo è amato da milioni di persone, anche oggi, e a dispetto del suo dispetto per quei film che egli odiava, e invece erano formidabili, solo in un modo diverso.

Non si può avere fastidio di Giovannino Guareschi perché era un galantuomo.

E bisognerebbe conoscerlo bene, prima di sprezzarlo: così uno magari si accorge che in sé Guareschi racchiude Tom Waits e Ligabue (il pittore), e che il suo Cristo parteggia sfacciatamente per il sale della terra: gli umili, gli ultimi, gli ignoranti. Non gli agrari, non i saccenti che vogliono apparecchiare la vita a tavolino e, per desinare, servire sempre le stesse pietanze trinariciute, anche se oggi si dice “politicamente corrette”. Pensate solo all’abolizione del Natale, dei suoi simboli, che oggi chi comanda, che decide come pensare, vorrebbe imporre per decreto, in modo da non offendere certi che vengono qui col vittimismo dei perseguitati e l’arroganza dei conquistatori: non aveva già detto tutto, Giovannino, nel racconto in cui un esaltatissimo Peppone vuole abolire la sacra festività per far dispetto a don Camillo (se ne pentirà)?

E il suo slogan, “non muoio neanche se mi ammazzano”, coniato in lager per resistere insieme ai compagni di prigionia, non rappresenta mirabilmente i deportati di tutte le epoche e di tutti i regimi?

Capitemi: io non pretendo affatto di appaiarmi a gente così. Dico solo che so cosa vuol dire avere quel carattere, e patire almeno un cristiano che te lo perdoni (magari perché ce l’ha uguale). Forse perché in parte vengo da quei posti lì, e quei posti lì è vero che son popolati da squilibrati e non per modo di dire. C’è un’anarchia della libertà che non la redimi, non la vaccini. E, se poi uno finisce per scrivere, è anche per quell’aria che ha respirato, per quelle pagine che ha letto e riletto e riletto e, un bel momento, gli sono entrate nel sangue, le sa a memoria e, se deve raccontare, mettiamo, un terremoto, casca in quel modo di raccontare lì e se ne accorge benissimo. Ma non si corregge, perché certe cose, certe tragedie della gente si possono raccontare solo così.

Solo che mi manca, mi è sempre mancata un’amicizia da nutrire così; almeno una. Io non li capisco, i giornalisti, gli scrittori, gl’intellettuali d’oggi, mi sembrano marziani. Oppure il marziano son io, che non sono nulla.

Ma capisco perfettamente Giovannino, che buttava occasioni su occasioni e lo stesso (o proprio per questo) rimaneva nel cuore dei ventitré (milioni di) lettori. Che gli capitavano in casa agenti letterari da tutto il mondo, per comperargli i diritti di traduzione, e lui non voleva riceverli, non si faceva trovare, andava a nascondersi (bestemmiando) sulla locomotiva che teneva in giardino, o sotto un pero. “In vita mia” scrive “ho sempre rimandato a domani quel che potevo fare oggi, e non ho mai tralasciato di sprecare alcuna occasione”. A me manca, di poter litigare a morte con qualcuno. Anche di litigare a morte con la morte. E poi mi manca di far pace. Su internet non è la stessa cosa, non c’è gusto. E poi, chi li conosce? Si può litigare con uno che non hai mai visto, che non sai che faccia ha, che al primo canchero scappa via inorridito? Son capitato male, un accidente perduto nel tempo sbagliato, nel posto sbagliato.

Ma posso sempre affidarmi a Giovannino, personaggio di se stesso fin che è esistito. “La terra non tradisce” e Guareschi non tradisce: c’è sempre, quando si vuol respirare aria torrida e nebbia maledetta, ma pulite com’era la sua anima. C’è ogni volta che c’è da restare galantuomo, quale che sia il prezzo. C’è sempre, quando serve un esempio che ti metta in crisi, una battaglia da perdere, un muro da picchiare con la zucca. Lui c’è, quando voglio riscoprire radici ormai essiccate, ma non ancora morte del tutto. C’è dove c’è un trinariciuto da stanare e prendere in giro. C’è, se c’è un’altra pagina da scrivere e un altro posto vuoto, sbagliato, da riempire. Non manca nelle notti lugubri a caccia di fantasmi che si agitano dentro, lo posso ritrovare in una locanda della fantasia, in un disco di Tom Waits, in un dipinto di Ligabue, negli occhi di mia madre che mi scattò la foto nella campagna della Bassa, vicino a un maiale incuriosito: eccomi, sorrido nella mia magliettina a righe, sul triciclino, un anno e poco più e anch’io faccio parte del paesaggio, come la bicicletta arrugginita, l’argine, il pioppeto e il prato e la polvere eterna e il Grande Fiume che non si stanca di trasportare storie, scarica a riva nostalgie spietate, sogni morti come pesci, trascina la rabbia e la poesia, i sapori e gli umori, la fantasia e la realtà di tutte le cose perdute, il destino che va, scorre, consuma finché non ti spacca la testa o il cuore.