lo sguardo di carmelo

Come per tutti gl’ingombranti prodigi, Carmelo Bene scalcia dalla sua tomba d’oblio. Ne ha tutte le esigenze, ne ha infinte ragioni: lui, così invasivo e pre/potente, così onnivoro di impegno e di sconfitte, degradato a meteora?!? Lui, che ha dato all’eccesso tutto a tutti?!?

Carmelo carnale fiore di virtù e crudeltà, spirito scatenato con dentro quarantacinque demoni, inarginabile a se stesso. Kamikaze sfrenato, cacciatore di totem e di tabù, iconoclasta anche del suo specchio. Incomparabile come dev’essere un genio, condannato ad essere frainteso, a fottersene sempre, a correre da solo e contro di sé solo. Eppure a piegare e piagare la vita di chi lo attraversa, come a pochissimi umani è dato fare. Carmelo oltre il bene e il male. Fragile come un terremoto, spietato come un bambino e un bambino prodigio che resta incatenato all’incanto a dispetto del crescere apparente. Ciarlatano sopraffino, eretico d’ascesi, femmineo misogino femminaro, beffardo senza requie e senza rete. Contrario d’ogni tutto, ossimoro irredento nella religiosità empia, nella spietata umanità, nella repressa tenerezza. Nel razionale incanto. Carmelo drogato di pazzia. Fecondo come un campo dove esplodono frutti allucinati acidi e fragranti. Una vita a colori, da mettere a dormire ogni alba col solito epitaffio: “E’ un miracolo se siamo ancora vivi, e a piede libero”.

Ma che meraviglioso spreco di vita Carmelo, che sontuosa rovina ricercata e mai arrestata. Intransigente nel buttarsi via. Che fiutava il folle pari a lui e, per omaggiarlo, lo storpiava: “Franz Kappa”. Innamorato de’ giocator di calcio, perso dietro alle danze cruente di Muhammad Ali. E fine intenditore di lirica, delle inarrivabili sculture ugolari di Di Stefano. Che a vent’anni sciocca e conquista Camus. Che può darsi del tu con Salvator Dalì, coi suoi baffi acuminati di zucchero. Tutto al contrario, tutto al contrario è questo mondo da disfare per meglio negarlo. Metafora suprema, drastica lezione, il depensarsi: non entrar l’arte, l’arte entrare in te. Morire tutto.

Un giocattolo che non si fa manovrare, “un cinico con mestiere”, nella fulminante definizione di Renato Zero. Non c’è forma dell’essere che Bene non abbia sbudellato, riscrivendo col sangue le sue regole; eppure la sua Arte sovversiva fu rigore, rispetto assoluto, serietà profonda, missione sacrale all’interno di sconfinati spazi dove necessità vitale era: dissacrare. Oltre il lirismo, oltre l’empietà.

Mercuriale. Non facile da leggere, intarsio di frasari desueti a comporre grammatiche inaudite; oltre la stravaganza di un cinema così fuori da riuscire involuto; enciclopedico divorator di classici; voyeuristico nel violentare outsider, lui che seppe superare i limiti di Artaud. Signore della scena, del doppio e dell’ennesimo a teatro dove è padrone furibondo di tutto, regia scrittura scenografia mimesi.

Ed aforismi spietati, distorsioni di santa cattiveria che riassumono weltanschauung in pillole: La grande poesia non è servizio sociale, non si può confondere con il pluralismo d’accatto di quella pattumiera planetaria a mare aperto che è internet. Eppure, vedi la Nemesi: la rete scoppia di Carmeli d’epoca, immortali Carmeli che rivestono d’isteria il Grillo Parlante d’un Pinocchio bene al sangue, oppure di-struggente strazio scomposto il Cuore di De Amicis, i suoi odiosissimi personaggi patetici. O magari dirompenti fiotti di bile simulata al Costanzo show, “di metafisica parli con Heidegger e vada a fare in culo!”, così, senza ritegno in faccia alla velinaccia di turno. Perchè Bene è ecumenico: litiga e si disfa con ciascuno, sia docente demente, sia fanciulletta culturalmente deflorata, sia vecchia baldracca in fregola d’insulto, sia rivale da palco o da parco dei divertimenti. Raggiera d’ossimori, capolavoro di bassezza e di gloria, questo è Bene: non capisci mai se è lui a rovescio nel mondo o se è il mondo che gira al contrario con te dentro, quando ti specchi in Carmelo: viene l’istinto di rompere il vetro, poi scopri che non puoi: Nietzsche è impazzito, ma se l’è meritato. Qui invece ci sono troppi pazzi che non se lo sono sudato. Questo è il problema.

Tra uno sberleffo e una sberla ha lasciato germi di profezia: sulla degradazione del teatro, su quella di quel teatrino che è ormai la società, mentre la politica è scaduta a backstrage: un massacro d’inconfessabili segreti: Guardate come parlano male i nostri politici, alcuni sembrano delle bestie, degli animali, a volte anche persone più o meno intelligenti… Voce dall’oltretomba, mai sopita. La sua vita è di chi ha azzerato il limite della scena, facendo dell’esistenza una rappresentazione infinita e proprio perciò totale: totalmente vera. Oggi di non-attori non resta più traccia. Sparite le cantine, tutti allevati in batteria, nelle scuole che sfornano conformismi ambulanti, senza genialità né curiosità. Attori, per l’appunto. Simulatori. Burocrati. Professionisti. Lui non fu mai altro che un dilettante immenso, teso a librarsi anzitutto da se stesso. Non c’è un buco, dove manca lui: c’è una trama di buchi, vacanze del coraggio perchè dappertutto poteva entrare cambiando le regole del Gioco. Dato che tutto è Gioco, e il Gioco è l’unica cosa seria. Ci tiene compagnia la sua mancanza, ci conforta sapere che nessuno è venuto dopo a prendere il suo posto. La sua seggiola resta vuota.

Ma forse dove davvero Carmelo Bene si trasfigura, lasciandoci eredità inestimabili, è nel puro dire. Nella parola denudata, scarnificata: ridotta a suono creatore. Si fa strada con voce di tuono e di machete, azione che disperdesi nell’atto, fra Schumann e Byron, “Ho errato sulla terra e non ho mai trovato a te l’uguale”. Va a Bologna per la Lectura Dantis in ossequio alle vittime della strage, e tutti, anche gli atroci nemici, non possono che soggiacere alla Poesia che si sublima mentre un coro di duecentomil’anime piangono all’unisono. Un Bene-detto.

Sul finire della sua “inesistenza” si affoga, con tutto ciò che gli resta, martire contronatura, nella Voce dei Canti di Leopardi: ed è ancora lezione memorabile, l’umiltà suprema con cui Carmelo si fa Verso del recanatese immenso, è straziante: un uomo così, tutto si fa perdonare, perché il suo dolore è eterno, è dono all’umanità. È Carmelo davvero.

E dopo può smettere in pace di morire, raggiungere quelli che “tutte le notti mi intrattegono”, trasformarsi in meteora per gl’ignari e gl’ignavi e invece in canto materiale ed etereo, perenne e micidiale come lo sguardo, per noi, che non smetteremo d’amarlo nell’eterna vacanza. Lui, che sarà per una volta ancora apparso alla Madonna, la quale, non essendo bigotta, si sarà divertita un mondo.

MDP

Una risposta a “lo sguardo di carmelo”

  1. Ho amato molto Carmelo Bene, fin da ragazzo. A teatro l’ho visto due volte, in Macbeth e in Adelchi. Non c’era niente da vedere, niente da capire, mi lasciavo solo penetrare dalla sua voce amplificata dal microfono. In effetti era come assistere a un concerto, in cui dovevi solo abbandonarti e ascoltare. Per me, studente allora di cose greche, la sensazione era quella di assistere, in piena Grecia arcaica, al coro ditirambico dei riti dionisiaci. Mi pare che Max Del Papa colga nel segno quando afferma che la sua “necessità vitale era: dissacrare”. Esatto: una dissacrazione metodica, disperata e ironica di tutto il teatro venuto dopo quei riti sacri in onore del Dio dell’ebbrezza e del canto. Credo anche che Bene fosse ossessionato dall’intuizione nietzschiana che faceva risalire la nascita della tragedia dallo spirito della musica. Delle parole, infatti, a Bene non interessava il significato, ma la phonè, cioè la risonanza musicale che la voce, meglio ancora se amplificata meccanicamente, poteva trasmettere. Tanto tempo fa un amico, volendolo dileggiare, mi disse piccato che Bene era un cantante d’opera mancato, e che sentendolo recitare si percepiva benissimo questa sua isterica frustrazione nel non essere diventato un vero cantante ma “solo” un attore. A distanza di tanti anni, dileggio a parte, penso che quel mio amico in fondo non avesse del tutto torto. Bene avrebbe forse desiderato intonare canti in onore di quel Dio, ma Dio, purtroppo, era già morto. Come conseguenza Nietzsche è affogato nella follia, Bene nell’alcol. Ringrazio Max Del Papa per questo bell’articolo in ricordo di un grande artista.

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